Il Verdi di Trieste ha messo in scena una interessante proposta: rappresentare sulla stessa struttura scenica la vicenda di ‘Romeo e Giulietta’ nella versione lirica e di prosa, alternando gli spettacoli,
Stesso scenario, stessa regia.
Certamente i risultati sono differenti e, lo diciamo subito, a noi quello relativo al capolavoro di Gounod non ha convinto.
L’azione è stata spostata alla Prima Guerra Mondiale, ricordata attraverso molte proiezioni, sicuramente di grande impatto, anche per l’utilizzo di uno specchio che moltiplicava gli effetti visivi.
A parte che l’idea dello specchio l’abbiamo vista a Trieste nella celeberrima e ripetutamente proposta ‘Traviata’ di Svoboda/ Brockaus, nell’’Aida’ di de Hana e prima ancora nell’Andrea Chenier’ di Del Monaco, in questo caso l’effetto, che non poteva certo avere l’effetto della novità, ci è parso incalzante, distraente.
Con punte di franco fastidio, probabilmente solo da parte nostra, quando nell’Overture le bombe scoppiavano a tempo di musica.
La guerra non è spettacolo e non va spettacolarizzata. Mai. Adesso meno che meno.
In ogni caso il senso di tutto questo non lo abbiamo capito. Come non abbiamo colto l’intento delle scene sulle scogliere, i palazzi veneziani invasi dall’acqua, lo spostamento dell’azione in un luogo così poco caratterizzato da dare la sensazione che potesse essere ovunque ma certamente non a Verona.
Spostare per non fart capire bene dove che senso ha?
Abbiamo avuto la sensazione, ma certamente ci saremo sbagliati, che l’idea fosse abbozzata ma non avesse trovato ancora forma definitiva.
Visivamente tutto molto bello e tutto molto colorato, fin troppo, grazie alle scene di Francesca Tunno, illuminate da Claudio Schmid ed ai video di Alessandro Rapa.
Tanti gli interventi coreografici, studiati dalla brava Daniela Schiavone, come quel gran ballo iniziale che pareva uscire dal Gattopardo. D’effetto, variopinto, bel coordinato e, grazie al riflesso , sontuoso.
Ma non abbiamo trovato una ragione narrativa a tutto questo. Non una idea autenticamente coraggiosa che motivasse questa opzione e molte delle altre. Oppure c’era ma non siamo stati capaci di coglierla. Il che fa pensare che comunque andasse meglio articolata ed esplicitata.
Oltretutto manca anche uniformità nel racconto: si parte con le prime pagine dei giornali per finire in un metaforico cosmo. Realtà oggettiva e suggestioni informali, peraltro in un tempo nel quale trionfavano forma e rigore descrittivo.
‘Tanta roba’, come si dice oggi. Troppa. Al punto da far perdere il filo e distrarre dall’ascolto.
In questo senso la direzione di Leonardo Sini ha pagato, soprattutto nel primo atto, nel quale la componente poetica è stata un po’ sacrificata, secondo noi, al rigore esecutivo, peraltro sostenuto da un’Orchestra in buona forma ma spesso strabordante nei suoni.
La sensazione è stata che la grande preoccupazione formale abbia avuto il sopravvento sul senso del narrato.
Ci è sembrato che ci fossero più colori che sfumature. Ma questa a noi pare opera dalle tante sfaccettature, che meritano una tavolozza caleidoscopica che forse abbiamo visto, ma certamente non abbiamo sentito.
Meglio il secondo tempo, quando si sono aperte alcune pagine di intensa suggestione e giusto effetto, quando la musica ha avuto il sopravvento, a confermare il talento del giovane direttore che sta bruciando le tappe del successo.
In crescendo la prova del coro diretto, come sempre, dal Maestro Paolo Longo.
Corretto il giovane Nicolò Lautieri nella parte di Gregorio. Di grande gradevolezza, sia dal punto di vista vocale che nella resa scenica, l’elegante Benvolio di Enrico Iviglia; Jorge Martinez era un efficace Paride.
Fulvio Valenti è stato un sicuro Duca di Verona. A questo cantante è successo di tutto durante questo allestimento, a partire da una intossicazione alimentare, passando per crisi allergiche per arrivare ad una lente a contatto che si è spaccata nell’occhio durante la prima.
Caterina Dellaere era una Gertude un po’ femme fatale, mentre Gillen Munguia ha saputo essere un interessante Tebaldo.
Luca Dall’Amico era Capuleti.
La voce avrebbe avuto bisogno di un colore più cupo, ma a noi l’interprete è risultato interessante.
Un po’ disomogenea la prova di Alessandro Abis, che ci ha convinto di più nella scena del matrimonio che nel proseguo dell’azione.
Christian Federici era un sicuro Mercuzio, vocalmente appropriato e scenicamente efficace.
Di grande effetto la prova di Nina Van Assen, Stephano incomprensibilmente vestito da marinaretto, i costumi erano firmati da Nicolao, ma sicura nei passaggi, limpida nelle agilità, solida negli acuti e dotata di un colore decisamente interessante che speriamo di riascoltare presto in una parte più ampia.
Infine i due protagonisti. Giulietta era Nina Minasyan, soprano armeno dalla voce pregevole, ma certamente dal colore un po’ maturo per questa parte. La sua risultava una fanciulla determinata, dal carattere marcato. Attenta più alle note che all’espressione, cantava con impegno notevole ma, forse per la tensione, abbiamo avuto la sensazione che non sia riuscita a lasciarsi completamente andare , ad uscire dal personaggio per farsi fanciulla autentica. Notevole, comunque la dedizione anche nella costruzione dell’espressività facciale, realmente rimarchevole.
Bravo e carismatico Galeano Salas, che ha affrontato il ruolo con assoluta sicurezza. La voce ha un bel colore, l’estensione è ampia, gli acuti solidissimi. Un grande interprete che speriamo di riascoltare presto.
Alla fine applausi per tutti, a suggellare un successo per il teatro triestino.


