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“GAM100” – Un secolo di Galleria comunale 1925-2025

Claudio Di Salvo by Claudio Di Salvo
4 mesi ago
in Arte, Cultura, Mostre
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Era il 28 ottobre 1925 e, per la prima volta, nelle sale di Palazzo Caffarelli in Campidoglio prendeva vita un percorso espositivo con un nucleo di opere di arte contemporanea acquisite dal Comune di Roma. Si trattava della forma nascente di quella che sarebbe divenuta di lì a poco la Galleria d’Arte Moderna, la prima collezione civica basata sull’acquisizione di opere moderne di artisti, affermati o emergenti, attivi nel panorama artistico italiano e internazionale.

Esattamente 100 anni dopo, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura, si celebra la fondazione della collezione con la grande mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, in programma fino all’11 ottobre 2026, nell’odierna sede museale di via Francesco Crispi.

Con oltre 120 opere tra dipinti, sculture e opere di grafica, il percorso espositivo curato da Ilaria Miarelli Mariani e Arianna Angelelli con Paola Lagonigro, Ilaria Arcangeli, Antonio Ferrara e Vanda Lisanti intende ripercorrere l’evoluzione della Galleria capitolina attraverso i passaggi fondamentali che hanno caratterizzato una lungimirante politica di acquisizioni. Un processo lungo e articolato avviato già nel 1883, con l’acquisto delle prime opere avvenuto durante la celebre “Esposizione delle Belle Arti” al Palazzo delle Esposizioni – tra cui la statua in marmo Cleopatra di Girolamo Masini, oggi esposta all’interno del chiostro – e proseguito fino ai nostri giorni, con il raggiungimento di un corpus di oltre 3.000 opere e una collezione che vanta al suo interno artisti del calibro di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citarne alcuni.

“È un viaggio attraverso la città di Roma, la sua storia e anche la storia dello scenario artistico internazionale, l’esposizione con cui la Galleria d’Arte Moderna celebra il centenario della sua fondazione con la mostra ‘GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025’”, dichiara l’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. “Con le 120 opere riunite lungo i tre piani espositivi, si ripercorre anche la politica culturale della città nel rapporto con i movimenti artistici, gli artisti e l’acquisizione delle loro opere da parte della GAM nel corso di oltre cento anni: la Galleria d’Arte Moderna offre così un percorso storico e artistico straordinario che parte dalla fine dell’Ottocento, passa per il Futurismo, il movimento ‘Novecento’, il Realismo magico, la Metafisica di de Chirico, il periodo della Scuola Romana, il dopoguerra novecentesco con l’Astrazione e la Neoavanguardia, fino ad arrivare agli anni ’80 e ’90 del Novecento e le ultime acquisizioni degli anni 2000. Un viaggio nel tempo e nei luoghi che testimonia come Roma abbia sempre riunito diverse voci e pluralità espressive, e che coinvolge il visitatore fin dalle prime opere acquisite con la nascita della Galleria. Opere per lo più provenienti da importanti eventi espositivi che hanno orientato la storia artistica mondiale. Ringrazio il lavoro corale degli altri musei e istituti della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, oltre agli archivi fotografici e storici”.

È un centenario di artisti, spazi, luoghi, politiche culturali, il tutto indissolubilmente legato alla città di Roma.  La sintesi rappresentata nei tre piani della mostra costituisce la bussola ideale con cui il visitatore attraversa il secolo scorso, ricostruendo le modalità con cui le opere sono pervenute negli anni ma soprattutto i diversi contesti sociali, politici, culturali che hanno ispirato tali processi di acquisizione.

È così che, attraversando le sale della mostra, si possono ripercorrere i movimenti e le tendenze di oltre due secoli di storia dell’arte, a testimonianza della pluralità di stili e voci raccolte dalla Galleria e del legame inscindibile di queste opere e dei loro autori con la politica culturale della città (e del Paese intero). Interpretando molto spesso lo spirito dei tempi, con volontà e sensibilità diverse a ispirare di volta in volta la scelta delle opere, la Galleria d’Arte Moderna ha assunto, sempre più, un ruolo di primo piano nello scenario culturale internazionale, dando voce alle varie realtà emergenti: a partire da quelle della fine dell’Ottocento, del movimento In arte libertas di Nino Costa e Giulio Aristide Sartorio e della successiva avanguardia Futurista, passando poi per la Secessione romana con le sue mostre al Palazzo delle Esposizioni (1913-1916), e il movimento Novecento di Margherita Sarfatti e della rivista Valori Plastici. Si incontra il Realismo magico di Antonio Donghi, la Metafisica di de Chirico, il secondo Futurismo e trovano spazio le Biennali e le Quadriennali romane che tanto hanno contribuito all’accrescimento della collezione capitolina. E poi ancora il periodo della Scuola Romana, il secondo dopoguerra con i nuovi canoni dell’Astrazione, dell’Informale e della Neoavanguardia, gli anni ’70 e ’80, i cambiamenti degli anni ’90 e le ultime acquisizioni dei 2000.

Ma quella raccontata è anche una storia fatta di luoghi, spazi museali, vicissitudini talvolta complesse che hanno accompagnato la galleria nel corso del Novecento. Si va così dall’inaugurazione nel 1925 a Palazzo Caffarelli e la riapertura nel 1931 con il nome di Galleria Mussolini, curata da Antonio Muñoz, alla prima Quadriennale nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni; dalla rinascita a Palazzo Braschi nel 1952 alla nuova sede al Palazzo delle Esposizioni (dal 1963 al 1972) a cura di Carlo Pietrangeli. Fino ad arrivare alla doppia inaugurazione del 1995 e del 2011 nella sede attuale, all’interno dell’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case.

Riconducibile alla fase iniziale di costruzione del convento, è il dipinto murale seicentesco realizzato da Suor Eufrasia della Croce, abitante del convento e amica di Plautilla Bricci, scoperto dopo anni di occultamento su una delle pareti del primo piano e tornato visibile, oggi, in occasione dell’apertura della mostra. I dipinti erano destinati alla decorazione di uno degli ambienti più sacri della clausura, il coro d’inverno, dove si custodiva una reliquia della vera croce. Dai frammenti rimasti si percepisce una decorazione più estesa: due suore in preghiera davanti alla Croce-fontana, simbolo di vita e resurrezione, legata alla spiritualità carmelitana. Accanto, un secondo murale con la Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni, oggi lacunoso al centro, mostra un registro più drammatico rispetto al primo.

 

 

 

IL PERCORSO ESPOSITIVO

 

Il percorso espositivo si apre al primo piano con la sezione LA NASCITA DELLA GALLERIA. LE PRIME ACQUISIZIONI, LE AVANGUARDIE E IL RUOLO DELLE QUADRIENNALI in cui si mette in luce l’inaugurazione del 1925 in Campidoglio e il successivo riallestimento a opera di Antonio Muñoz nel 1931, quando assume il nome di Galleria Mussolini. Nel generale rinnovamento degli spazi che devono accogliere un numero sempre maggiore di opere, Muñoz pone nella scenografica terrazza Caffarelli la Galatea di Amleto Cataldi, adibita a fontana al centro di una grande vasca e oggi allestita in uno spazio apposito al pian terreno.

L’inaugurazione della galleria è il punto di arrivo di un grande fermento: le opere acquisite provengono infatti da importanti eventi espositivi che hanno determinato la fortuna di molti artisti del tempo. Basti pensare alle numerose rassegne volute dalla Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma da cui provengono artisti del calibro di Enrico Coleman (Lago di Nemi), Duilio Cambellotti (Conca dei bufali) e soprattutto Giacomo Balla con il capolavoro Il dubbio.

Ma sono soprattutto le mostre della Secessione romana nel secondo decennio del Novecento a trasmettere l’idea di un’attenzione precipua per ciò che è contemporaneo nonché la sensibilità nei confronti di quei linguaggi artistici talvolta in contrapposizione ma che per l’amministrazione capitolina sono il frutto di un rinnovamento da cui non ci si può sottrarre. “Secessioniste” sono dunque le opere di Vittorio Grassi (I civettari), Enrico Lionne (Violette), Camillo Innocenti (La sultana) ma anche di Auguste Rodin, uno dei pochi artisti stranieri presenti in collezione. Dall’altro lato la purezza, il “ritorno all’ordine”, gli ideali propugnati dalla rivista Valori plastici e dal movimento Novecento di Margherita Sarfatti, con l’obiettivo di porsi in alternativa alla dilagante esuberanza delle avanguardie in nome di un ritrovato e rinnovato classicismo che chiama a raccolta artisti quali Felice Carena con l’opera Serenità, Mario Sironi con La famiglia o ancora Gino Severini il quale – alla stregua di altri artisti tra cui Achille Funi e Maria Immacolata Zaffuto – si cimenta nel recupero dei saperi tecnici dell’antica Roma come, ad esempio, il mosaico nella sua Composizione.

Nella tensione artistica di quegli anni non si può non citare il Realismo magico di Antonio Donghi (Donna alla toletta) e la Metafisica di de Chirico (Combattimento di gladiatori). Parallelamente, tra il 1921 e il 1925, le Biennali romane assumono il ruolo di evento principale a cui si rivolgono tanto gli artisti quanto gli amministratori, i quali prediligono l’esotismo di Primo Conti e la raffinatezza di Ferruccio Ferrazzi. E ancora di più lo sono le Quadriennali (la prima è del 1931) in scena al Palazzo delle Esposizioni, ispirate e guidate dal segretario Cipriano Efisio Oppo che, anche grazie alla posizione privilegiata all’interno del regime fascista, decreta il successo di artisti contemporanei, rivalutando al contempo le esperienze di Giovanni Nino Costa (Alla fonte) e Giulio Aristide Sartorio (Le vergini savie e le vergini stolte), protagonisti assoluti del movimento In arte libertas, nato alla fine dell’800 per ricusare i rigidi schematismi dell’accademia a favore di una più libera interpretazione del dato espressivo, spesso dal sapore simbolista. E ancora il Secondo Futurismo a cui è dedicato un intero spazio, con opere di Tato, Benedetta Cappa Marinetti, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Sante Monachesi e Tullio Crali.

 

La sezione DALLA RICERCA DI UNA NUOVA SEDE ALLA RINASCITA NEGLI ANNI CINQUANTA al secondo piano fa da ponte tra le esperienze del primo Novecento e quelle che si concretizzano dopo la Seconda guerra mondiale. Nel mezzo, la soppressione della galleria avvenuta nel 1938 su decisione del ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai e del governatore di Roma Piero Colonna, concedendo le opere della collezione in deposito temporaneo alla Regia Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia. Dopo la guerra Carlo Pietrangeli si impegna per riportare alla luce le opere della collezione con la riapertura della galleria nel 1952 agli ultimi due piani del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Tra gli artisti esposti, Onorato Carlandi: il più importante e prolifico esponente dei XXV della Campagna romana, gruppo che ha a cuore i paesaggi dell’agro romano dipinti en plein air e che ad oggi costituiscono un documento prezioso di una realtà non più visibile. Sono anche gli anni della Scuola romana, di Scipione con il Cardinal decano, considerata una delle più alte vette dell’arte del Novecento, e di Renato Guttuso con i suoi Tetti di Roma. Ad ulteriore ricordo dell’apertura del 1952 si è voluto riproporre qui una versione in piccolo della sala detta del “Bianco e nero” con opere grafiche di Giorgio Morandi e Arturo Checchi.

 

La sezione VERSO LA NUOVA GALLERIA D’ARTE MODERNA. UNA COLLEZIONE IN CONTINUA CRESCITA all’ultimo piano si focalizza sul trasferimento della raccolta dal Museo di Roma al Palazzo delle Esposizioni con la “Mostra di una selezione di opere” del 1963 curata ancora una volta da Carlo Pietrangeli e terminata nel 1972, quando le opere tornano nei depositi. E ancora una volta le acquisizioni di questi anni – che non si arrestano neppure di fronte alle incertezze nel trovare nuove sedi museali – riflettono una eterogeneità nella scelta delle opere, con uno sguardo al passato e uno alle più recenti novità artistiche (esposti, tra gli altri, Pompeo Fabri, Vittorio Grassi, Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato, Alberto Savinio, Antonietta Raphaël Mafai, Fausto Pirandello).

Negli anni Ottanta prosegue la riflessione sull’individuazione di una scelta idonea e definitiva per ospitare la collezione della Galleria, inizialmente individuata nei locali dell’ex birreria Peroni in via Reggio Emilia, oggi sede del MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma).

Negli anni Novanta – a seguito di un complesso quanto prezioso compito di ricognizione delle opere di proprietà del Comune e di redazione del primo catalogo ragionato – viene individuata come sede provvisoria della galleria l’ex convento delle carmelitane scalze in via Crispi, cui segue l’inaugurazione nel 1995. Dopo importanti lavori di ammodernamento, la struttura riapre nel 2012, e l’incremento della collezione prosegue con importanti e recentissime acquisizioni, tra cui opere di Elisa Montessori, Lamberto Pignotti e Guido Strazza.

 

La mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025 è il risultato di un lavoro corale e sinergico portato avanti con altri musei ed istituti della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, quali il Museo di Roma in Trastevere, l’Archivio fotografico del Museo di Roma e l’Archivio Storico Capitolino. Inoltre, deve la ricchezza del suo percorso espositivo alla preziosa collaborazione di altri enti culturali, tra cui Istituto Luce, Teche Rai e Archivio Fotografico Ufficio Stampa di Roma Capitale che hanno fornito materiale documentario, fotografico e audiovisivo.

 

Per consentire una più ampia esplorazione della collezione, la mostra avrà una seconda rotazione espositiva nella primavera 2026, grazie alla quale si potranno riscoprire anche capolavori inediti mai presentati prima. Inoltre, particolare attenzione è riservata ai visitatori con disabilità visiva, con percorsi didattici dedicati e un nuovo nucleo di tavole tattili prodotte per l’occasione grazie alla collaborazione con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e il Museo Tattile Statale Omero di Ancona.

 

Claudio Di Salvo

Claudio Di Salvo

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