A proposito del discorso della Lampada nel Vangelo di Marco.
In Germania continua il dibattito su un organismo nazionale stabile, nato dal percorso del “Cammino sinodale”, con la tentazione di dare forma permanente a una governance condivisa tra vescovi e laici, con peso decisionale e statuti. Roma, negli anni recenti, ha imposto un punto fermo: ogni sviluppo deve restare dentro l’ecclesiologia cattolica, dentro il diritto della Chiesa, e deve arrivare alla Santa Sede per la necessaria approvazione. Non è un dettaglio tecnico, è una questione di struttura.
In Inghilterra, la Chiesa d’Inghilterra ha confermato Dame Sarah Mullally come Arcivescovo di Canterbury, prima donna in quel ruolo, e la cerimonia è stata interrotta da una contestazione pubblica. Il fatto, al di là delle letture emotive, segnala una scelta ecclesiale precisa: il ministero viene interpretato secondo categorie diverse da quelle cattoliche sul sacramento dell’Ordine.
Dentro queste due scene, il Vangelo di Marco suona come una lama pulita: “Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O non piuttosto per metterla sul lucerniere? Non c’è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce… Fate attenzione a quello che udite… Poiché a chi ha, sarà dato e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”.
La chiave è lì: la luce non crea la realtà, la rende visibile. La lampada non inventa la casa, mostra com’è. Quando Gesù dice che ciò che è nascosto verrà manifestato, parla del modo in cui Dio opera nella storia: porta a maturazione, smaschera, purifica. La luce è misericordiosa proprio perché non lascia l’uomo prigioniero delle proprie costruzioni.
Ecco perché la frase finale, quella che urta, diventa comprensibile: “a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Qui “avere” non è possedere, è avere in atto, avere davvero. È l’ascolto reale, la docilità reale, la fedeltà reale. Quando uno “ha” così, riceve “di più”, perché la grazia trova spazio e lo dilata. Quando uno “non ha” così, resta un’apparenza: l’impressione di possedere ciò che in realtà non c’è. In quel caso “sarà tolto” significa spesso questo: cade l’inganno, cade la suggestione, cade la fantasia.
Applicato alla prima scena: la Chiesa vive di partecipazione, di corresponsabilità, di trasparenza, di ascolto delle ferite. Vive anche di una forma ricevuta, sacramentale, apostolica. L’autorità nella Chiesa non nasce da una maggioranza, nasce da una missione e da una successione. Per questo Roma insiste sul punto dell’approvazione e dei confini ecclesiologici: non si tratta di frenare la buona volontà, si tratta di custodire la forma della comunione.
Applicato alla seconda scena: l’ecumenismo è cosa seria, è carità nella verità. La Chiesa cattolica riconosce e stima tutto ciò che è autenticamente cristiano nelle altre comunità, e nello stesso tempo non può chiamare “vescovo” ciò che, secondo la sua fede, non è sacramentalmente tale. Sul punto dell’ordinazione, il Catechismo è netto: “Solo un uomo battezzato (vir) riceve validamente l’ordinazione sacra.” Giovanni Paolo II ha dichiarato che la Chiesa “non ha alcuna autorità” di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, e che questo giudizio va tenuto in modo definitivo.
Qui entra anche un dato storico spesso rimosso: la Chiesa cattolica, con Leone XIII, ha giudicato nulle le ordinazioni anglicane secondo il rito anglicano. È una ferita antica, che spiega perché il dialogo ecumenico con l’anglicanesimo ha sempre avuto un confine sacramentale preciso.
Allora la frase di Marco si fa attuale in un modo quasi spietatamente limpido: quando si immagina una “Chiesa democratica” come se fosse la sua natura, si finisce per possedere un’idea, non la realtà. Quando si immagina il ministero ordinato come ruolo assegnabile, si finisce per possedere un simbolo, non il sacramento. La luce del Vangelo, prima o poi, mette tutto sul lucerniere. E ciò che resta è ciò che è vero.
Questo non autorizza sarcasmo, né disprezzo, né gioia cattiva per le crisi altrui. Autorizza una cosa sola: sobrietà e verità. La lampada sul lucerniere chiede a ciascuno di noi una conversione concreta: ascoltare davvero, misurare con cuore largo, restare dentro la forma ricevuta, lasciarsi correggere dalla Tradizione viva della Chiesa.
Il Signore non deruba nessuno. Il Signore illumina. E quando illumina, toglie anche “quello che si credeva di avere”, perché resti ciò che si ha davvero: Cristo, la sua Chiesa, i suoi sacramenti, la sua verità che salva.

