Gita al faro la poetica del flusso
Gita al faro è sicuramente il romanzo più conosciuto della Wolf.
Un’autrice di indole assai sensibile che ha fatto della poetica delle piccole cose una sorta di politica di vita.
Virginia non è una bacchettona e neppure una moralista impostata e da quattro soldi che fa della piangerìa per piacere.
Lei vive le sue emozioni fino in fondo fino all’ultimo respiro e non le frega niente di essere al di fuori dai confini consoni.
Anzi ne gode .
Il suo romanzo non è un’opera vecchia maniera ma una meravigliosa melodia di flussi di ricordi e di memoria.
Si compone di tre parti .
La prima è quella del passato quando James è piccolo e si trova con tutta la sua famiglia in Scozia per le vacanze.
Qui la gita al faro rappresenterà la prima grande delusione per il ragazzino che si vedrà schiacciato dalla severità paterna e la dolcezza della madre.
Ci sarà anche una pittrice che non troverà il bandolo della matassa per esprimersi nelle sue opere.
La seconda parte è quella del risveglio più crudo la morte della madre e la prematura scomparsa di uno dei figli in guerra.
È il momento del silenzio e della riflessione più intima dove l’essere umano non si trova e ha paura di andare a fondo.
Nell’ultimo spazio di questo romanzo c’è una specie di risveglio e di consapevolezza generale dove i membri della famiglia si riavvicinano e compiono un esame di coscienza collettivo.
È la festa dell’anima e del cuore.
Anche la pittrice troverà finalmente quella quid di genialità per portare a termine il suo dipinto segreto.
Il faro diventa simbolo di speranza di tradizione e di futuro.





