In sala da 18 giugno, il nuovo capitolo Pixar vede Woody, Jess e Buzz affrontare la minaccia di un tablet intelligente.
Esce domani 18 giugno il capitolo quinto.
Da oltre trent’anni, l’universo di Toy Story si regge su una paura atavica e umanissima: essere dimenticati.
Ma se in passato la minaccia aveva le sembianze di un orsacchiotto tradito o di un cercatore d’oro senza scrupoli, in Toy Story 5 (nelle sale dal 18 giugno) non è più un cattivo da sconfiggere, ma il richiamo stesso degli schermi; pervasivo, quotidiano, privo di spigoli.
Sotto la guida di Andrew Stanton, qui alla regia con Kenna Harris, la saga Disney Pixar sposta il conflitto su un terreno inedito.
Woody, Buzz e Jessie non devono più competere con nuovi pupazzi per l’affetto della loro bambina, ma lottare contro un’ipnosi che prende forma in Lilypad, un tablet intelligente che si prende tutto il tempo e l’attenzione una volta dedicati alla fantasia.
A reggere la scena, per la prima volta, è proprio Jessie. Ereditato il comando della cameretta da un Woody ormai ritiratosi a recuperare giocattoli smarriti insieme a Bo Peep, la cowgirl deve gestire la deriva di Bonnie, che con l’arrivo del tablet dimentica quasi all’istante i suoi giocattoli.
Un cambio di prospettiva che si apre una vecchia ferita: l’abbandono subito dalla prima proprietaria, Emily – la stessa della commovente canzone “When She Loved Me”, sentita in Toy Story 2 – e il trauma della scatola, della lunga attesa al buio.
Dopo un incidente, Jessie finisce lontano da casa, nell’abitazione di campagna un tempo legata proprio a Emily e oggi abitata da una nuova bambina, Blaze.
Ed è qui che il film trova la sua direzione più sincera.
La missione di Jessie non è dimostrare che i giocattoli “analogici” valgano ancora più di uno schermo, ma convincere Bonnie a cercarsi un amico vero, in carne e ossa.
Non più la sopravvivenza del giocattolo, dunque, ma la solitudine di una generazione di bambini-iPad e l’imbarazzo di chi a otto anni viene giudicato “strano” perché gioca ancora.
In questo senso è, come osserva la produttrice Lindsey Collins, “il primo Toy Story in cui i giocattoli sono davvero preoccupati per la loro bambina”: il centro del conflitto non è più la rivalità interna tra personaggi, ma il timore che Bonnie si perda dietro un dispositivo progettato per catturarne l’attenzione.
A ribadire il senso profondo di questa saga è stato Pete Docter, direttore creativo dei Pixar Animation Studios: “Il cuore di quello che facciamo è immaginare, inventare storie e personaggi, e penso che sia qualcosa che sarà sempre importante, finché ci saranno esseri umani”.
Un concetto che, nelle intenzioni del film, mette in scena la fantasia come risposta a un rapporto sempre più invasivo con gli schermi. “Abbiamo voluto mostrare la magia e il divertimento dell’immaginazione come contrappunto alla tecnologia”, ha spiegato Collins.
Attorno a questo nucleo si muovono gli elementi più leggeri, non sempre a fuoco.
Una partita di Buzz Lightyear nuovi di zecca, convinti di trovarsi in una missione reale, fugge da un container e parte alla volta del commando stellare in una sottotrama comica che resta a lungo scollegata dal racconto principale, prima di confluirvi. Un esempio di deus ex machina poco riuscito.
Pur centrando il tema, il film fatica a tratti a prendere una posizione in merito.
Sono d’impatto le scene in cui i bambini appaiono rapiti dalla luminosità degli schermi, così come l’effetto di queste tecnologie sul rapporto tra bambini, sempre più chiusi in loro stessi.
Eppure, nonostante metta in scena i danni della tecnologia, non ha il coraggio di affondare il colpo e di voltarsi verso i genitori seduti in sala: nessuno, a luci riaccese, si porterà a casa il sospetto di essere parte del problema, di affidare uno schermo ai figli con troppa leggerezza.
Allo stesso modo, difficilmente un bambino ne uscirà con un nuovo sospetto verso gli schermi che lo circondano. Perché la stessa prudenza disinnesca l’antagonista della storia: in passato la saga ha saputo raccontare cattivi spietati, dal Cercatore Stinky Pete al perfido orso Lotso; Lilypad, invece, malgrado le premesse, non fa mai davvero paura.
Solo in un momento inquieta sul serio.
Quando il tablet passa in modalità “assistente vocale”. La sua personalità si spegne di colpo, lo sguardo si irrigidisce e al posto del personaggio subentra una fredda interfaccia che esegue comandi.
Se lo schermo in sé può spaventare per la sua forza catalizzatrice, in fin dei conti possiede pur sempre un carattere e un’anima, confermandosi a tutti gli effetti un abitante dell’universo di Toy Story.
L’IA, al contrario, è il vuoto assoluto, l’assenza totale di vita. Così, Pixar sembra tracciare un confine invalicabile.
Rispetto a Toy Story 4, si avverte un’urgenza tematica più nitida e una tenuta corale più solida, capace di riportare finalmente Buzz, Woody e Jessie a interagire maggiormente tra loro.
La centralità ritrovata di Jessie non basta a dissipare però il sospetto che il resto della compagnia, e forse la saga, abbia esaurito il proprio mordente.


