Sulle MARIONETTE
L’opera si snoda come un soave incontro di conversazione tra il narratore e il signor C.
Lui è il Primo ballerino insomma l’étoile di un teatro cittadino.
Il signor C. Incanta dunque la presenza del narratore ammirando con veemenza la grazia e la bellezza dei movimenti delle marionette.
A parer del ballerino, i pupazzi in questione e manovrati dai fili non vivono affatto quella minima affettazione, la forza di gravità della materia stessa o l’inerzia.
Perchè essi stessi stanno compiendo passi di danza leggeri e perfetti.
Per spiegare come la grazia e la perfezione di movimento va così manifestandosi il signor C. racconta due aneddoti:
- Un giovane quindicenne vano e sciocco perde la sua spontanea e aggraziata naturalezza dopo aver cercato inutilmente di imitare allo specchio la postura della statua del Cavaspino.
- Un combattimento di scherma anomalo e bizzarro contro un orso ammaestrato, capace di parare ogni affondo con intuizione fulminea e priva di calcolo razionale.
- La grazia e la coscienza: Kleist dice apertamente che la grazia pura è solo a ciò che non ha coscienza (come la marionetta) o a ciò che possiede una coscienza infinita (come Dio).
- La caduta dell’uomo: L’essere umano essere non perfetto è perciò in una condizione intermedia e infelice. Per natura è essere maledetto e “corrotto” dalla ragione e dalla riflessione. La coscienza quindi crea una sorta di rottura tra l’essere e il dover essere, rendendo i movimenti umani impacciati e innaturali e soprattutto inguardabili.
- Il ritorno all’innocenza: Il saggio si conclude con un coup de thèatre e cioè con un paradosso filosofico: per ritrovare la grazia perduta occorrerebbe avere la forza e la voglia di riattraversare l’infinito della conoscenza. Che si tornasse dunque allo stato di natura attraverso “l’albero della conoscenza”. Bisognerebbe ESSERE veramente pronti a raggiungere un nuovo e supremo grado di innocenza.


